Ci sono, ordinatissimi, i sacchettini dei rifiuti fuori delle case, e passano dei carretti a prenderli, e poi buttano i sacchi neri nei barconi, verdi come i camion di Milano. Quasi ovunque la raccolta del pattume è colorato di verde, una simulazione ecologica.
Ti accorgi che non vedi in giro bambini, e pensi ai passeggini, e tutte le scale dei ponti che ci sono, e allora ai disabili e poi ai vecchietti, chissà se dietro quelle finestre ci sono persone che non possono uscire ma non vogliono lasciare la loro Venezia. In fondo, come in ogni paese, per gli anziani, i malati, lasciare la propria casa è come fare un passo verso la fine. A Venezia credo non esistano ascensori, e anche i fili d'erba sono rarissimi. Forse, dietro le porte, per me passante rigorosamente chiuse, ci sono anche giardini. Guardo pochissimo la televisione, ascolto più che altro le notizie mentre faccio altro. Però in queste sere estive mi capita spesso di soffermarmi a guardare, ad ascoltare, su Rai 1, il Gran Varietà, non sono sicura che l'aggettivo sia quello, però, gran.
L'archivio Rai, con Fabrizi, Totò, l'archivio in bianco e nero è uno scrigno pieno di meraviglie.
Una scenetta ed un cantante italiano si intervallano.
Mi è capitato stasera di ascoltare, vedere, Modugno, che canta seduto, con il figlio Massimo. Il figlio Massimo lo guarda con un forte affetto che mi pare sincero.
Modugno appare vecchissimo, ma sono i postumi dell'ictus.
Forse si può dire che farlo cantare in quelle condizioni fosse una strumentalizzazione del suo stato, questo mi è venuto in mente. Ma poi no, la sua energia e la sua passione trasudavano. Non era indotto a cantare, voleva cantare, voleva la sua vita, e quella era l'ultima canzone che ha scritto.
Ho cercato in Internet l'anno della sua morte, e del tutto casualmente, mi sono accorta che era il sei agosto 1994, oggi è il quindicesimo anniversario, e lo celebro io qua, che da vivo lo ho ascoltato distrattamente, non avevo gli anni giusti, e leggendo della sua vita su Wikipedia .. ecco, non mi ero resa conto che fosse un personaggio così. Gli episodi, i fatti, si sanno, ma a leggerli tutti in fila fanno un effetto diverso.
Sono rimasta chiusa in ascensore, una spanna oltre il quinto e ultimo piano. Per fortuna non ero sola, se no davo i numeri. Così, in quattro, le battute si sprecavano. Gentile il collega responsabile della sicurezza del quinto piano (che poi magari mi legge qui). Gli ho ingiunto di mettersi l'elmetto per parlarci, voleva raccontarci una barzelletta e in coro gli abbiamo detto di no, rischiava, prima o poi saremmo usciti...
Hanno chiamato addirittura i vigili del fuoco, perchè il tecnico latitava. Volevo essere salvata con una scala, sarebbe stato romantico, invece ho sentito solo il rumore di una serratura, e la porta si è aperta, qualche collega superfluo presente, di quelli tipo pensionato che c'è un incidente e corre a vedere, di quelli che creano le code in autostrada.
Lasciate le poche gocce di Milano, il treno aveva raggiunto le nuvole, due ore più tardi a Torino pioveva, pioveva proprio.
Con lo zaino in spalla abbiamo raggiunto i portici, e camminato, camminato lungo aiuole, per strade larghe dove finestre lunghe alte tutte in fila ci guardavano severe, e strade strette, quando le strade si sono fatte strette, eravamo arrivati.
La reception del B & B era densa di tappeti, fiori e cornici dorate. Gli stucchi, lo scintillio ed il dorato in Torino ti tallonano, almeno in quella dove sono entrata.
Perché dall’autobus, andando al Lingotto, vedi anche le case come sono in qualunque città.
La mia camera era in un appartamento al primo piano, in cima ad una scala ripidissima, che mi son detta “Mamma mia, io salgo, ma poi scendo?” la finestra si affacciava su un cortile con i ciottoli e le biciclette, e si vedeva una fetta di cielo, sereno, il giorno dopo.
Lo stesso andando a mangiare da Shakespeare, con i nuovi amici del Lit Camp 2009, lo stesso cenando al Ristorante Tre Galli alla sera: la vecchia Torino delle case deve essere piena di scale ripide, ed i palazzi invece di scalinate larghe e marmoree con delle volte a stucco, e finestroni ampi, come quelle del Circolo dei Lettori (nonchè degli Artisti), un’istituzione della quale mi sa che a Milano l’equivalente non c’è (purtroppo).
Non ho visitato Musei, né altri monumenti, non ce ne era il tempo ho solo camminato molto, sotto la pioggia e poi anche col sole: anche camminare è bello per Torino, i portici sono tanti, ed i negozi antichi sono rimasti antichi, non rifatti antichi come a Milano.
Per le strade, spesso a lastroni, in mezzo a quei palazzi emananti magnificenza e senso della storia, ti aspettavi si fermasse l’omnibus trainato dai suoi cavalli, non l’autobus 18, e che al semaforo fossero ferme carrozze, dove dame in veletta rimbrottavano signori in cilindro.
E l’aria era pulita, forse per la pioggia, forse perché le montagne sono vicine.
"Verso le venti e trenta, quando sono all'inizio di corso Buenos Aires, ti faccio uno squillo e scendete" scrivo a Donatella.
Invece, sono le venti e venti, quando parto da casa, mi programmo sempre le cose come fossi Superman, anzi Superwoman, mentre i minuti scorrono via, facendosi quarti d'ora. Non ho più la percezione del tempo, io vado tranquilla e lui corre. “Arriverò in ritardo di 12 minuti" rimando sms. Non so se saranno 12...ma mi piaceva scrivere così, avrebbe fatto sorridere, e dava l'idea dell'imponderabile.
L'imponderabile era in agguato in via Melzi d'Eril, direzione Arena, auto immobili, solo in quella direzione lì, la mia: con una manovra degna di un ritiro della patente, faccio inversione a U per ritrovarmi nel traffico di via Procaccini, si va piano, ma si va, chi va piano va sano e va lontano, fino in Viale Monza, fino in via Rovetta 14, al circolo ARCI di Turro, laddove ormai sto trascorrendo i miei giovedì sera.
Per la serata è in programma un reading, “reading resistenziale”, è una serata un po’ speciale, ho potuto seguirla dalla sua nascita, e poi questa volta ci sono gli amici.
Forse è meglio dire ho potuto seguirne la gravidanza, pensando invece alla serata dell’evento come la nascita... ha un significato diverso, direi.
I ragazzini scendono dalla mia macchina, ed anche la loro madre in gonna, e si commenta la novità (la gonna) indossata senza calze sull’onda della giornata di sole, mentre ora tira vento e minaccia il temporale.
Nella saletta un forte accento napoletano irrompe, ce l’ha con l’illuminazione, che a guardare la “scena” con il neon negli occhi resta ciecato, e già quella sceneggiata mette di buon umore e riscalda, se mai ce ne fosse stato bisogno, è irresistibile, si ride tutti.
Le cantanti, accompagnate dalla chitarra di Mario, sfornano i primi brani, dei quali, ovviamente, non so né ricorderei mai il titolo...ripenso a Milva, alla bocca di Milva, però loro son più fresche, partecipano e compartecipano.
Tocca a Guido leggere brani del libro che ha tratto dall’intervista a Silvio Villa, soldato e deportato, ascolto attenta, cose che credevo di sapere ed invece no, queste non le so, e son faccende umane, erano i nostri soldati, perché gli eserciti son uomini in mezzo a uomini, e se leggi di storia, le cose non son raccontate così.
E’ attento anche il più grande dei ragazzini, il piccolo è invece troppo piccolo, si divincola in braccio alla madre, “andiamo a casa” cantilena assonnato, nel momento delle canzoni spalanca gli occhi.
Chiara tiene tra le dita pochi fogli, legge il racconto nato da un suo incontro in occasione del film Binario 21, cui ha partecipato...lì mi sono un po’ persa invece, perché Chiara leggeva benissimo, con freschezza e profondità, e seguivo più la voce che le parole, qualcuna mi colpiva, e restavo a soppesarla linguisticamente, tipo “dragavano le panchine”, son rimasta ferma un bel po’ in quell’immagine di persone che cercavano.
La madre cede, la riaccompagno a casa con i due figli, il grande sembra spiaciuto, avrebbe resistito, afferma. In effetti, di Resistenza, si trattava!
Così perdo una buona parte dell’intervento di Paolo, che sventola il suo canovaccio parlando delle quattro giornate di Napoli, durante le quali suo padre ragazzo con gli amici nascose un cavallo, questo ho fatto in tempo a sedermi di nuovo ed a sentirlo, .e a sorriderne con gli altri.
E mi viene da pensare che quel che ricordo io della mia famiglia e
Col nonno condividevo piuttosto la raccolta di francobolli di tutto il mondo, affascinanti e coloratissimi, tanto quanto cupi e monocordi erano quelli italiani.
Ma questo è divagare...la mia specialità.
Perché dopo rapidi sguardi e cenni d’intesa, Maria Chiara riappare, questa volta gira le pagine di un libro, e le legge, legge i pensieri di madre, di una madre cui l’esercito sta portando via un figlio giovanissimo, una madre della Slesia, una madre è ovunque una madre, e, forse non ci si pensa mai, non tutti i tedeschi erano nazisti. Poche pagine di Franz, vive, e toccanti, scritte da un figlio, figlio e nipote, lette da una donna.
Comunque, se dovessi fare una sintesi della serata, direi che usiamo spesso con noncuranza vocaboli tipo leggere, cantare, dire, e non pensiamo che potrebbero, dovrebbero funzionare anche come sinonimi di trasmettere... invece Guido, Chiara, Paolo, e Simonetta e Nadia, le cantanti, di certo non lo hanno solo pensato.
E poi comincio ad amare questa saletta, per quanto lontana da casa mia.
In programma per il prossimo giovedì mi pare ci sia poesia in lingua, dialetto, e un poeta rumeno ed uno egiziano.
Carbone: ""In Italia processi più lenti che in Africa"
In Italia i processi del settore civile avvengono a una 'velocita' che ci pone - nella graduatoria dell'efficienza giudiziaria - al posto n. 156 (su un totale di 181 Paesi), attestandoci così, per la lentezza dei processi, dopo Stati come l'Angola, il Gabon, la Guinea e Sao Tomè. Lo sottolinea il Primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone
(da Repubblica online di oggi)
Tanto per dare un'idea di come siamo messi, anche se non condivido il modo di comunicare la notizia citando altri Stati. Ci basta considerare il 156° posto su 181, non vedo perchè essere prevenuti, dove sta scritto che il Sao Tomè dovrebbe invece essere peggio?
Come tutte le cose nella vita, anche Facebook ha i suoi lati negativi e quelli positivi. E' una finestra che tengo aperta nel mio pc, insieme a Splinder, MSN e la mia mail principale. Tanti amici ora "vivono" anche lì.
Non ho rintracciato molte persone del mio passato, ogni tanto mi viene in mente un nome, provo a digitarlo e di solito non c'è. Però l'altro giorno ho trovato una mia compagna delle elementari, ci siamo scambiate i numeri di telefono, un breve status, cercheremo di incontrarci.
In ufficio si parlava del fenomeno Facebook, ed appunto dicevo che non è 'sta gran cosa, non è molto dissimile dalla piattaforma di splinder, e c'è meno privacy - che stabilire dei confini alla privacy non è sempre carino, tant'è che mi ritrovo tra gli amici che posson legger tutto il capofamiglia e parenti che non vedo mai, che a dire il vero non leggo, e neanche loro me, immagino.
Una collega mi diceva che senso ha ritrovare una compagna delle elementari se intanto non la sentivi più... se c'era un qualcosa, si sarebbe rimaste amiche nella vita, sino ad oggi: non sono molto d'accordo.
Al di là dei significati più o meno profondi, o intensi, che si possono dare alla parola AMICO, penso che da bambini non sia sempre facile mantenere un rapporto, ci sono tanti condizionamenti degli adulti, in una città basta un cambiamento di zona; una delle mie amiche più care è una compagna delle elementari, ma l'ho ri-conosciuta da adolescente. Con la compagna trovata attraverso Facebook non sono stata particolarmente amica, anche perchè a quell'età, tornata da scuola, passavo la maggior parte delle mie giornate da sola, era raro poter invitare amiche o andare da loro, ma ero contenta lo stesso, non sapevo che potesse essere diverso da così.
Ma anche se non eravamo amiche, restiamo sempre due donne con dei ricordi in comune, e con un trascorso, al femminile, da raccontarci, da confrontare... io penso che sia bello incontrarsi... chissà se si ricorda del mio eroismo, quando era stato trovato uno scarafaggio in un vasetto di farina nell'armadio della classe, e sono stata l'unica coraggiosa, che manco la maestra, ad andarlo a rovesciare nel w.c....
Esco dalla metropolitana in Piazza Lodi e noto una strana oscurità al capolinea del filobus. Il mezzo è spento, lo sportellone del retro spalancato, un furgoncino bianco della manutenzione mi sfreccia davanti. Il malato deve essere grave.
La gente sulla banchina aumenta, si spazientisce, si scruta concorrenziale, e scruta tra gli alberi della piazza se intravede una sagoma arancione, illuminata, salvifica.
La 90 non si vede, come la legge di Murphy insegna, passano tre filobus 92.
Forse bisognerebbe fingere di aspettare la 92 per far arrivare la 90, o accendere una sigaretta, ma non fumo.
Arriva un melobruco verde, che fa scendere gli sparuti viaggiatori e riparte.
Uno scherno, faccio bene a detestare i melobruchi della linea 90-91, attrezzati con posti da cui si scivola via o in alternativa dei troni da una piazza e mezza.
Ma il bello doveva ancora venire.
Un signore brontola, bisogna sempre e comunque avere da ridire su ciò che è pubblico, i mezzi sono tutti vecchi e scassati. Veramente l’insopportabile melobruco è recente, come il filobus in cura , la cosa è ancora più trista, quelli vecchi si rompono meno.
Comincia ad alzarsi il vento, ed arriva finalmente una 90 dall'aria accogliente.
I passeggeri scendono tutti, le persone in attesa si affannano alle porte per salire quando un tizio vestito di blu con un berretto si mette a gridare
“ma ci vuole tutta, non vedete che termina a Isonzo? E qui dove siamo secondo voi? A I- S- O- N- Z. O ! E allora è inutile che cerchiate di salire! Ci sono ritardi perché c’è traffico, la corsia preferenziale parte da qui. prima non c'è”
Il tono è saputo e sgarbato, e alcuni si stavano inferocendo pensando
che fosse l’autista, lo avrebbero anche picchiato, e raso al suolo l’Azienda Municipale.
Ho calmato un paio di persone, indicando il vero autista che si apprestava a lasciare il filobus..
“Quello è l’autista, è quello, questo col cappellino non è dell’ATM! Lo riconosco, conosco la voce! Lo sento spesso alla mattina, è uno che appena sale via via nomina coscienziosamente tutte le fermate, si fa sentire in tutto il filobus!”



Mio figlio ha ritrovato compagni di scuola delle elementari e mi è sembrata una cosa carina, così mi ci sono iscritta.
Che quando succederà forse non piangerò. Perchè rimarrò lì così, e osserverò gli altri, le labbra serrate.Fosse stato per loro, ogni mese si sarebbe dovuto assegnare ad ognuno una quota fissa di parole. Tutti dovevano sapere che ogni parola proferita attingeva a una risorsa preziosa, come l'acqua potabile o il terreno fertile, e che ogni volta che ciascuno parlava, la sua razione inevitabilmente si assottigliava.
Da IL PALAZZO DELLE PULCI di Elif Shafak.
Semplicemente.

Mi sembra che le cose funzionino così: se tu “crei” qualcosa che ad altri non piace, è spontaneo che venga da chiedere, da chiedersi, perchè, che cosa non va. Però, se tu fai qualcosa che piace, è come se il "successo" fosse dato per scontato, raramente viene da chiedersene il perchè, eppure sarebbe un’esplorazione non meno interessante.
Un creatore creativo risponde ad una sua esigenza personale, insegue una sua idea, un suo progetto, e non si fa o non si dovrebbe far condizionare da quanto e come la sua opera verrà accettata, giudicata dagli altri.
Mi piace essere messa in discussione e sono grata a chi lo fa, apprezzo tantissimo i giudizi e gli insegnamenti quando li avverto come una crescita, un arricchimento, mentre divento ritrosa quando non sento in essi un tono propositivo ma una sorta di imposizione, di condizionamento.
Anni fa, una persona per me tra le più care nella mia vita, alle mie rimostranze per una sua critica severa nei miei confronti, mi disse " Sono un amico, non un cortigiano": fu allora che imparai, o meglio, capii.
A me piace anche l'inverno,
e l'estate
Colgo lo spunto da alcuni commenti al post di Auxesia1 per parlare del blog, dei Link e degli Amici. Quando ho iniziato il blog per un sacco ho avuto pochissimi lettori, ero intimidita all'idea di lasciare commenti, dovevo rendermi ancora conto dei meccanismi. E' che poi certi meccanismi li ho imparati, e di certi sto diventando via via più insofferente.
Premetto che ognuno è libero di gestire il proprio blog come crede.
IParto dal principio che mi piace scrivere i miei pensieri, e scrivo per essere letta.
Mi piace far fotografie e mi piace condividere le immagini quando mi sembrano belle.
Mi piace tenere il template di un colore comune e spoglio, perchè sia neutro e limpido, spero che le persone si soffermino sul blog per quello che scrivo e, quando le metto, per le foto che faccio.
Sono socievole, mi piace conoscere le persone, e il dialogo, e da quando sono qui ne ho conosciute parecchie, e purtroppo non riesco a seguire e leggere tutti e bazzico un po' qui un po' là.
Conoscenze nascono, si irrobustiscono, altre sfioriscono, altre feriscono, qui nel blog come nella vita, il blog in fondo ne è solo lo specchio. Forse non per tutti, forse per alcuni è l'immagine che si vuole dare, ma credo che alla lunga venga fuori comunque ciò che si è.
Leggo gli altri blog passando dai profili degli amici, dai post e commenti che appaiono nella mia lista dei preferiti, dai commenti che trovo nel mio e negli altri blog, i link non li uso mai.
Avevo iniziato a mettere i link come segnalazione di blog interessanti o comunque di belle persone, poi sono diventati tanti, troppi, perchè un qualunque nome ne avesse risalto.
Ora non so più, non mi sento, non mi riesce di gestirli. Magari non metto qualcuno perchè mi dimentico, non vorrei ci restasse male, e lo stesso, togliere qualcuno perchè le sensazioni ora sono diverse, lo sento come un gesto antipatico.
Insomma, sono una gestione, una selezione sgradevole.
Era da almeno un anno che ci pensavo...e ora provo così, senza voler lasciar male nessuno: ho "nascosto" e non cancellato i link degli amici di sempre, ho tenuto in evidenza quei siti non loggati in splinder e che non posso visitare dai profili degli amici, e quei pochi di contenuto non personale ma diciamo "sociale".
Gli amici restano in evidenza nel profilo, appunto tra gli amici, e da lì come sempre li leggo, e molti li ho nei preferiti.
Tra gli amici sono anche i blog dove sono capitata, e non voglio dimenticarmi l'indirizzo per tornarci.
Insomma vedo il blog come un luogo di incontro spontaneo, casuale e non, vale quello che ci si legge, e non il " ci vado perchè mi commenta, non ci vado perchè non mi commenta più, lo linko se mi linka, non mi linka lo cancello" e tutte cosine così, non lo vivo così.
Vado a leggere perchè mi piace quello che trovo. Punto e basta.



Ieri sera tornando a casa in bici mi sono fermata in farmacia per comprare l’arnicagel. Mi sento picchiettare sulla schiena e mi giro, vedo una signora molto anziana con una maglietta verde bandiera e dei pantaloni bianchi che le stanno un po’ larghi. E’ abbronzata, ma abbronzata secca ed ha dentoni equini e non equilateri. Non mi piace.
Mi dice “Signora stia attenta che dietro di lei c’è il mio cagnolino” mi piego, in effetti come non mi vedo i piedi non potrei neanche vedere una specie di maltese.
E’ il mio turno, chiedo l’arnicagel e la farmacista mi consiglia di tenerla in frigorifero, così la metto fredda e va ancora meglio.
Intanto sento la voce della signora del cane chiedere all’altra farmacista “Vorrei delle salviettine intime”
Oddio, penso, davvero non c’è età…ma no dai, cosa vado a pensare, è semplicemente igiene.
Si spostano verso gli scaffali “Non vorrei una confezione tanto grande, sa, al cane sono rimasti sporchi dei peli”
“Va bene così?”
“Si così va bene, ma mi assicura che sono per il sederino?”

Nei giorni scorsi, con l'approssimarsi del lieto evento, mi aveva preso una curiosità del tipo "Ma il Prince che deve riconoscere il bambino e andare all'Agenzia delle Entrate per farsi dare il codice fiscale del pargolo per l'iscrizione all' ASL. ha la carta di identità valida?" per apprendere che era scaduta e ci aveva giocato la sua nipotina e non l'aveva più.
Loro vanno, la Princess aveva il corso pre parto, il Prence doveva andare al lavoro, ed io vado nella banca in centro. Dalla banca volo al consultorio (li ho messi in crisi, mi richiamano tra due giorni e mi sanno dire), dal consultorio all'altra banca, metropolitana, ufficio, dove arrivo con un quintale di carte da far firmare ai miei raccolta nella mattinata, con la camicia appiccicata, affamata, assetata, i sandali che mi tagliavano i piedi: avevo concluso la mia mezza giornata di ferie (per fortuna).
A casa, mentre scrivevo una mail, la Princess si è messa a riordinare e dividere il corredo del pupo, cose per l'ospedale, cose per subito, cose per più grande, e cose per il cugino.
Un lato confortante è l'aver visto persone in due pezzi grandi tre volte me (magari no, ma io mi sento magra dentro) e dicevo che non avrei il coraggio... ma Auxesia diceva, in buona sostanza, dove non ti conosce nessuno, chettefrega? Ho detto che si sa mai che sia il giorno che arriva il principe azzurro. Insomma, a 53 anni la speranza mica si perde. Che poi invece magari a 54 non ci arrivavo, per lo spaghetto che mi son presa tra le onde, che non riuscivo a tornare a riva.